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martedì 4 febbraio 2014

Per una possibile definizione di formatore e formazione

Dal libro di Maria Martello [1], di cui ho già riportato nel mio blog diversi passi, riprendo oggi uno spunto molto interessante per “inquadrare” una possibile definizione di formazione e formatore (pp. 130-132). 

Utile per riflettere su un’attività, rispetto alla quale molti pensano, superficialmente, di sapere cosa sia e anche di poterci mettere (o aprire) bocca (soprattutto per dargli fiato... tipo "c’ho l’amico de mi cugino del fratello de mi zio che m’ha detto…"). In fin dei conti, un po’ come accade per la mediazione… .

lunedì 14 gennaio 2013

La responsabilità di educatori e formatori


Dall’ottimo articolo di Fernando Dell’Agli pubblicato su AIF Learning news del novembre 2012 - anno VI, n. 11 dal titolo “La responsabilità etica e sociale dei formatori” (link), riporto questo estratto sulle responsabilità di educatori e formatori. 

Mi piacerebbe che diventasse un piccolo “manifesto” per chiunque svolga la nostra attività. 
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“Gli educatori e i formatori degli adulti sono quindi chiamati a fronteggiare una grande sfida: 

- riuscire a guardare avanti nel futuro per cercare di identificare e comprendere le mega tendenze evolutive e anticiparle, aiutando i partecipanti ai loro seminari ad acquisire simili capacità di comprensione. Ovviamente questo è un compito tutt’altro che facile, e per essere svolto richiede un approccio multidisciplinare e una visione globale della realtà;

- sviluppare nuove meta-competenze, specialmente in ambito di intelligenza emotiva e sociale; agire quando necessario come coach e counsellor e non semplicemente come formatori; infatti nella mia personale esperienza ho constatato che molti dei partecipanti ai seminari cercano guida e supporto personale, ben oltre i contenuti specifici del programma; 

- essere pronti e determinati ad aiutare coloro che formano ed educano a fronteggiare questi cambiamenti; 

- individuare nuovi linguaggi e nuovi messaggi affidabili che possano influire positivamente sull’autostima e l’equilibrio psicologico di coloro che li ascoltano 

- dimostrare, con il proprio comportamento e l’esempio, che è possibile vivere ed operare in questo mondo complesso senza perdere la direzione e l’equilibrio; 

- aiutare le persone a trovare in sé stesse le risorse necessarie a questo scopo, senza cercare formule magiche che non esistono”.

mercoledì 21 novembre 2012

Citazione sulla saggezza


Il saggio non si esibisce, e perciò brilla.


Egli non si fa notare, e perciò viene notato.


Egli non si elogia, e perciò ha merito. 

E, giacché non è in competizione, nessuno al mondo può competere con lui

(Lao Tse)

giovedì 15 novembre 2012

Mediatore? Che lavoro è?

“Ospito” nel mio blog questo bel contributo dell’amica e collega Carola Colombo. Buona lettura!
Stefano
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Nei 10 anni di “dedizione” nei confronti della mediazione, non ricordo un altro periodo così concitato come le ultime tre settimane. Nemmeno quando si attendeva la pubblicazione del decreto legislativo 28. Ci agitiamo, spaventati, al cospetto di qualcosa più grande di noi che siamo tanti, sì, anzi “tantini”… ma così giovani da non sapere ancora come gira il mondo. E gli squali ci sbranano.

Quando sta per avvenire un cambiamento ma si ignora di che tipo e di che portata, non guasta immaginare i possibili scenari che si profilano, concentrandosi su quelli peggiori per potersi attrezzare adeguatamente. Diceva il mio dominus presso cui ho fatto la pratica da commercialista: “se viene introdotta una legge più restrittiva, non ha senso imprecare. Se piove si apre l’ombrello”. In effetti, imprecare molto non ripara dalla pioggia….

Lo scenario peggiore che mi sono immaginata è il ritorno a febbraio 2011 (potremmo anche dire al 3 marzo 2010). La mediazione indossa l’abito che meglio valorizza la sua figura: la volontarietà. Certo è un abito poco pratico, in pochi lo apprezzano. Non segue la moda, è all’avanguardia e allo stesso tempo un po’ vintage. E non si capisce bene in quali occasioni vada indossato. Quindi, nel dubbio, lo si indossa pochissimo.

Il mediatore, come un artista sensibile catapultato nella Metropolis di Fritz Lang, vorrebbe proporsi, vorrebbe spiegare come lavora e come il suo lavoro può essere utile. Ma nessuno si ferma ad ascoltare. Perché forse non sa trovare le parole per spiegare. Queste parole, però, dovremo proprio trovarle se vogliamo avere un futuro; magari meno “scoppiettante” di quello che si era prospettato fino a qualche settimana fa, ma non per questo meno soddisfacente.

Nel cercarle, mi sono immaginata questo:
Scena uno
Avvocato: “Vabbè, facciamola ‘sta mediazione, tanto noi siamo certi delle nostre ragioni. I documenti sono chiarissimi. Provi a guardarli e li metta a confronto con quelli della controparte. Vinciamo di sicuro!”
Mediatore: “Si beh sa, in mediazione più che cercare ragioni e torti, si cercano gli interessi delle parti. Più che il “giusto”, proviamo a trovare il “meglio”. Il mediatore non è né un giudice né un arbitro; è un facilitatore”
Avvocato: “Si certo, lo so benissimo….” cerca di darsi un tono come chi sa perfettamente di cosa si sta parlando. Ma i suoi occhi non riescono a nascondere il cocktail di insofferenza per le parole ascoltate, di irritazione per il tempo che sta perdendo e di rassegnazione perché si sa, siamo in Italia…., il tutto shakerato da un interrogativo: che accidenti significa “facilitatore”?

Scena due
Avvocato: “…. e dato che noi abbiamo già formulato un paio di proposte che controparte non ha accettato, riteniamo inutile partecipare alla mediazione”
Mediatore: “Beh, d’altra parte, se le avessero accettate non ci sarebbe bisogno della mediazione. Che ne dice?”
Avvocato: “Si ma è evidente che non hanno nessuna intenzione di conciliare, altrimenti si sarebbero mostrati più disponibili di come hanno fatto”
Mediatore: “Ehm, è piuttosto raro che le parti arrivino in mediazione già convinte di voler mediare. È solitamente il contrario. È per questo che serve l’intervento del mediatore che ha un ruolo di facilitatore nella generazione del processo negoziale…”
Avvocato: “Uhm….” mentre sotto il suo viso scorrono i seguenti sottotitoli: che potrà mai fare questo che non abbia già fatto io…?”
E chissà quante altre scene simili a queste si sono verificate.

A questo punto il mediatore dovrebbe spiegare il significato di “facilitatore”, a chi mai ammetterebbe di non avere idea di che cosa si sta parlando… Il vocabolo è praticamente introvabile sui dizionari della lingua italiana; quindi dobbiamo spiegare qualcosa che per l’uomo della strada non esiste e, possibilmente, senza essere eccessivamente tecnici o didascalici, senza banalizzarlo o peggio senza cadere nel ridicolo.

Un giudice giudica, un avvocato difende, un architetto progetta, un commesso vende, un insegnante insegna, un corriere trasporta. E un mediatore? Media? Nooooo, ce l’hanno spiegato in tutti i modi: non è lui che media. Sono le parti a farlo con il suo aiuto. Di facilitatore. Quindi???? (non vi ricorda la canzoncina della Zecchino D’Oro: “Il coccodrillo come fa? Non c’è nessuno che lo sa…”).

L’identificazione precisa di cosa fa il mediatore non è cosa di poco conto. Certo non mi sto riferendo ai mediatori che si suppone (e si spera!!!) sappiano cosa fanno (o dovrebbero fare…). Mi sto riferendo all’utenza che può chiedere il suo intervento solo se ha chiaro che tipo di aiuto può ricevere da lui.

Se mi fratturo un piede l’ortopedico me lo ingessa, se mi si rompe una tubatura un idraulico la ripara, se si blocca l’auto il meccanico l’aggiusta, se litigo con qualcuno il giudice mi dice se ho ragione…. Ma perché dovrei andare dal mediatore?

Davanti agli avvocati scettici e ai loro clienti perplessi, come posso spiegare cosa faccio durante una mediazione? Si dice che non sai davvero una cosa se non sei in grado di spiegarla ad un bambino…

E allora partiamo da lì, da come spiegherei il mio lavoro ad un bambino, da come ho spiegato il mio lavoro a mio figlio. “Che sia la causa o che sia l’effetto, quando due persone litigano, smettono di comunicare: non solo non sanno più trovare le parole per dirsi le cose importanti, ma non sono nemmeno più in condizione di ascoltarsi. Come quando si parla al telefono con qualcuno che si trova in una zona dove c’è poco campo, e il suono metallico arriva a scatti; e sotto c’è un fischio continuo che fa venir voglia di non sentire più nulla.

La comunicazione è una bussola: se smarrisci la bussola non sai più in che direzione stai andando. Il litigio spegne ogni fonte di luce tra i due disputanti che al buio si muovono come mosche su un vetro.

Ecco cosa fa il mediatore: prima di tutto aiuta le parti a ritrovare la bussola smarrita, a fare in modo che possano riappropriarsi delle parole perse e riscoprire la disponibilità e la curiosità di ascoltarsi, anche mentre si dicono cose spiacevoli.

Tuttavia la bussola da sola non è sufficiente: ti indica in che direzione stai andando ma non se è quella giusta. Per questo il lavoro del mediatore non è ancora finito. Poiché la destinazione spesso non è chiara a nessuno dei litiganti, il mediatore con il loro aiuto e facendo domande disegna una mappa e, con ciascuno dei due, valuta quale tra i possibili punti di arrivo porta il maggiori vantaggi per tutti.

La luce che nel frattempo si è accesa con il ritrovamento della bussola non è ancora sufficiente perché i litiganti si muovano agevolmente da soli. Allora il mediatore indossa uno di quei caschi da minatore, quelli con la luce davanti. Si mette in mezzo a loro e li prende per mano, accompagnandoli verso il traguardo individuato. Con lui è più facile perché il fascio di luce del casco illumina la strada e, tenendogli la mano, ciascuno si sente al sicuro e pronto a lasciarsi alle spalle il conflitto che lo faceva soffrire.

Ecco cosa fa il mediatore! Rende più facile ciò che per le persone che stanno litigando è molto difficile. E lo fa guardando sempre avanti, assicurandosi in ogni momento che stiano bene. Ciò che è stato diventerà solo un ricordo che, allontanandosi, non farà più male e smetterà di fare paura, come succede quando ci si sveglia dopo un brutto sogno.”

Come si dice: parlare a nuora perché suocera intenda. Potremmo parafrasare: parlare a figlio perché mamma e papà avvocati intendano….

Mi piacerebbe leggere qualche altro modo di spiegare il nostro lavoro, rivolto agli adulti ma che abbia un suono armonico, che faccia venir voglia di ascoltare come va a finire…

In fondo è solo una questione di comunicazione, giusto? E riprendiamo a fare cultura.

Carola Colombo

giovedì 4 ottobre 2012

Interessante articolo su facilitazione, valutazione, affini e collaterali


Da Blog conciliazione – 3 ottobre 2012

di Nicola Giudice

La mediazione propone ai suoi sostenitori e ai suoi critici una grande quantità di temi sempre molto dibattuti. In cosa consiste l’attività del mediatore?

Il mediatore dev’essere un esperto del tema oggetto della lite o piuttosto un profondo conoscitore e gestore delle relazioni umane? Quale dev’essere l’obiettivo di un mediatore? Raggiungere un accordo o piuttosto intervenire sulla relazione tra le parti, in modo che esse possano in un qualche modo fabbricare con le proprie mani gli strumenti per trovare nuovi modi di interazione? Come in tutti i dibattiti, anche in questo caso ci sono fazioni in lotta, accesi fondamentalisti e fieri truebelievers, pronti a battersi allo sfinimento per affermare la correttezza delle proprie convinzioni, dimostrando talvolta una rigidità di giudizio non sempre consona ai cultori della mediazione. Terreno di confronto ideale per queste sfide è internet: i social network e i blog ospitano contributi talvolta molto appassionanti e vivaci. Alcuni post letti su LinkedIn, in particolare, mi spingono alle seguenti riflessioni. Riassumo brevemente i termini del confronto cui ho assistito.

Il moderatore, un mediatore americano, lancia il seguente tema di discussione “Qual è lo stile di mediazione che preferisci? Facilitativo, valutativo, trasformativo? Altro ancora?”. Fin dai primi commenti, si distinguono due protagonisti, che per comodità indentificheremo in Charlie, pro mediazione valutativa, e Eddie, sostenitore all’opposto di un approccio facilitativo, in cui le parti sono assistite dal mediatore in un accurato percorso di autoanalisi per comprendere cosa potranno fare per uscire dalla situazione conflittuale nella quale si trovano intrappolate.

Il confronto, interessante e basato su concreti esempi pratici, crea una situazione di impasse. Sia Charlie che Eddie si trovano a sostenere che, in base alla loro esperienza, il proprio metodo funziona molto bene e che, alla fine, il sostenitore dell’altro metodo si trova in errore. Quello che sia Charlie che Eddie sostengono con forza è che solo il proprio modello è quello “giusto”, mentre l’altro è poco meno che mistificazione, inutile e illusorio se non dannoso per le parti.

A questo punto interviene una mediatrice, Kate, anch’essa americana, che in qualche modo “bacchetta” entrambi: “Eddie e Charlie, avete entrambi ragione. Però sbagliate! Voi partite dal presupposto di sapere di cosa hanno bisogno le parti. Ciascuno ha una propria medicina – il proprio stile di mediazione – e come tale lo somministrate. Poiché non si ha la controprova di come funzioni l’altro approccio, o qualunque altra alternativa, è possibile dimostrare che quanto avete fatto, se correttamente impostato, dia comunque dei risultati. Insomma, partendo dal presupposto che ciò che fate è quello di cui le parti hanno bisogno, non sbaglierete mai! Il vostro errore, se posso permettermi, è che entrambi pensate di sapere cosa effettivamente le parti vogliano dalla mediazione. Può darsi che … vogliano una mediazione facilitativa e che un comportamento valutativo non sia la cosa migliore. Oppure viceversa. Ma appunto, finché non lo chiedi, non puoi saperlo. Io faccio così: all’inizio di un incontro cerco di capire cosa vogliono le parti dalla mediazione e sulla base di quanto mi dicono – o di quanto capisco – mi metto a lavorare”. Non sono le parti a scegliere il modello di mediazione ma è il mediatore ad adattarsi alle esigenze delle parti e del conflitto.

“Penso anche” – aggiunge Kate – “che le parti non possano sapere se sia più adeguato per loro un approccio, valutativo, facilitativo, trasformativo o chissà cos’altro. Allo stesso modo, non è il paziente a poter dire se serve un intervento chirurgico o una terapia farmacologica. Dev’essere il medico a decidere cosa sia meglio. La sua però non è una decisione preconcetta, ma basata sull’interpretazione dei sintomi e sulla lettura delle analisi”.

Se si accoglie questa tesi, si deve accettare l’idea che il mediatore debba abbandonare l’etichetta di “facilitativo” o “valutativo” o altro ancora. Al contrario, sarà opportuno seguire l’approccio più adatto in base al caso concreto. È veramente così? All’atto pratico, cosa accade al tavolo della mediazione? In base alla mia esperienza, la sensazione è che le controversie differiscano profondamente l’una dall’altra. Il comportamento delle persone, di fronte ad una identica criticità, può variare molto. Lo stesso contesto di fondo, dato dalla necessità di riconoscimento, dalle rivendicazioni economiche o da altri bisogni, induce le parti a scelte differenti. Davanti a tale eterogeneità di situazioni, ho spesso osservato come i mediatori più validi siano quelli in grado di adattarsi al cambiamento, capaci di individuare il giusto modo per gestire la situazione nella modalità più adeguata.

Se dovessi quindi stilare una classifica di merito dei mediatori, piuttosto che in base ai modelli di mediazione da loro prediletti, utilizzerei il grado di flessibilità nella gestione dell’incontro e la capacità di adattare le proprie convinzioni alle esigenze concrete.

La divisione in bande avverse, per di più, non solo non sembra essere utile, ma appare un esercizio sterile laddove si insista per cercare di individuare, nella gestione di una mediazione, quali possano essere i comportamenti ascrivibili ad una o ad un’altra scuola di pensiero. Quasi inconsapevolmente, infatti, il mediatore, nel percorso di maturazione tipico di chi accumula esperienze, tende ad abbandonare l’impostazione scolastica, che pure è essenziale per iniziare a muoversi in un incontro di mediazione. Come uno sciatore che giorno dopo giorno adegua i principi che ha appreso dal proprio maestro alle condizioni della pista che sta scendendo, così il mediatore adotta strategie miste, che traggono spunto dai modelli così come dalla vita reale, spesso non classificabili anche dall’occhio dell’osservatore esperto. Sul punto si può allora concludere che l’atteggiamento “fazioso” sia più proprio dei mediatori inesperti, come ritengo siano Charlie e Eddie.

Forte di questa convinzione, mi sono di recente confrontato con alcuni mediatori, colleghi ed avvocati su un altro quesito: su che basi un mediatore può essere considerato valido? O, in altri termini, quale risultato deve raggiungere affinché si possa affermare che egli abbia svolto il proprio lavoro in modo corretto? O, ancora, a cosa dovrebbe servire la mediazione?

Si comprende subito allora come certe visioni un po’ estreme siano legate all’obiettivo che essi si propongono: mi comporto in un certo modo perché ritengo che sia il più appropriato per raggiungere un certo risultato. Alcuni, molti in verità, sostengono che tale risultato non possa essere che l’accordo. Solo se c’è un’intesa sottoscritta dalle parti si può affermare che il mediatore abbia veramente raggiunto lo scopo della sua attività. Altri, forse in numero inferiore, ritengono che l’accordo non debba essere il fine ultimo della mediazione, quanto piuttosto una possibile, ma non necessaria, conseguenza dell’intervento del mediatore. La risposta, a mio avviso, si trova nel suggerimento di Kate: chiediamolo alle parti! Se quindi le parti esprimeranno la necessità di raggiungere un accordo in tempi brevi, sarà opportuno che il mediatore provi a verificare ogni strada che conduca in tale direzione. Se, viceversa, le parti manifestassero la necessità di recuperare il rapporto preesistente e comunque di stabilire regole di serena convivenza, ad esempio nel caso di due condomini o di due imprese che hanno tutto l’interesse a proseguire in una relazione commerciale, il mediatore dovrà allora dedicarsi con grande impegno a gestire la relazione tra le parti e gli aspetti emotivo-conflittuali con la massima attenzione.

Quanto sopra ci fa capire la complessa articolazione della mediazione: strumento che, in base ai bisogni delle parti, può essere condotto dal mediatore secondo modalità diverse per giungere ad una varietà di soluzioni. L’ambito di azione del mediatore diventa così estremamente ampio, tracciando un’area dentro la quale convivono vari stili e vari modelli di mediazione. L’idea di mediazione inizia così ad assomigliare ad un ombrello sotto il quale, inevitabilmente, rifioriscono distinzioni, fazioni e divergenze che ci riportano alle premesse iniziali, alimentando così un dibattito circolare e destinato a continuare per lungo tempo ancora.